Voci di grandi maestri afghani della spiritualità

Stampae-mailPDF

Dervisci rotanti
fonte: Wikimedia Commons

articolo di Anna Maria Martelli

Probabilmente pochi sanno che il territorio afghano ha dato i natali a tre grandi maestri sufi: ‘Abdallàh al-‘Ansàrì; Sanà’ì e Rùmì.
Al-‘Ansàrì nacque a Herat nel 396/1006 e morì nel 481/1089. Scrisse poemi in arabo, ma le sue opere principali furono redatte in lingua persiana: Il libro delle invocazioni, Il libro dei sufi, Il libro degli iniziati, Il libro dei misteri, Le tappe degli itineranti verso Dio. Difensore fervente del Corano e della sunna (tradizione del Profeta), Ansàrì aveva riunito intorno a sé un grande numero di discepoli.
Sanà’ì nacque a Ghazna verso la metà dell’XI secolo. Dapprima poeta di corte sotto i Ghaznavidi Ibràhìm e Bahràmshàh, si stabilì quindi nel Khuràsàn dove ricevette l’insegnamento di maestri sufi. Uno dei primi poeti mistici dell’Iran, la sua opera segna una svolta nella letteratura persiana. Fra gli altri, essa ha ispirato il più grande dei poeti sufi Jalàl ad-Dìn Rùmì, che a Sanà’ì rende più volte omaggio. La sua composizione più nota è Il Giardino cintato della verità.
Jalàl ad-Dìn Rùmì, il più grande poeta mistico di lingua persiana e uno dei più alti geni della letteratura spirituale universale, era nato a Balkh, nel Khuràsàn, nel 1207 e morì a Konya in Anatolia, nel 1273. In quest’ultima città, ove riposa e dove il suo mausoleo è venerato, fondò la tarìqa (confraternita) dei mawlawì (in turco mevlevì), conosciuti in Occidente con il nome di dervisci rotanti o roteanti a causa del loro celebre samà’, concerto spirituale, accompagnato da una danza che simboleggia la rotazione dei pianeti intorno al sole. L’opera cui è legata la sua fama è il Mathnawì, redatto sullo schema dei poemi di Sanà’ì. 

Questi maestri spirituali avevano percorso il cammino che conduce, attraverso diverse tappe minuziosamente fissate, dalla pratica letterale della Legge rivelata (sharì‘a) fino alla Realtà divina; avevano rinunciato al mondo vivendo in povertà, si erano consacrati dapprima al servizio della gente, poi a quello di Dio e quindi a vegliare sul proprio cuore. Come diceva il noto mistico al-Hujwìrì (anch’egli di origini afghane): «Il novizio non può servire la gente se non quando si è posto nel rango di servitore, considerando tutti gli altri come maestri: vale a dire che deve considerare tutto e tutti, senza eccezioni, come migliori di lui, e che deve giudicare suo dovere servire tutti nella medesima maniera. E non può servire Dio se non quando ha rinunciato a ogni interesse egoistico, sia per quanto riguarda la vita presente sia la futura, e se non quando adora Dio per il solo amore di Dio, posto che chiunque adori Dio per una ragione qualsiasi adora in realtà se medesimo, e non Dio. E non può vegliare sul proprio cuore se non quando i suoi pensieri sono raccolti e ha scacciato ogni affanno, in modo che, in comunione con Dio, preserva il proprio cuore dagli assalti della negligenza. Allorché il novizio possiede tali qualificazioni, egli può vestire l’abito rappezzato che indossano i dervisci da vero mistico, e non quale imitatore degli altri .» 
Alla base di questa spiritualità di carattere universale ci sono dei versetti del Corano: «Quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell’Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere né li coglierà tristezza» (II, 62). 
Dì: «Noi crediamo in Dio, in ciò che è stato rivelato a noi e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe e alle Dodici Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè e a Gesù, e ai profeti dal Signore; non facciamo differenza alcuna fra loro e a Lui tutti ci diamo!» (II, 136).
«La pietà non consiste nel volger la faccia verso l’Oriente o verso l’Occidente, bensì la vera pietà è quella di chi crede in Dio, e nell’Ultimo Giorno, e negli Angeli, e nel Libro, e nei Profeti, e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per riscattar prigionieri, di chi compie la Preghiera e paga la Decima, di chi mantiene le proprie promesse quando le ha fatte, di chi nei dolori e nelle avversità è paziente e nei dì di strettura; questi sono i sinceri, questi i timorati di Dio» (II, 177).   

‘Abdallàh al-‘Ansàrì
fonte: Wikimedia Commons
 
Ma torniamo adesso ai nostri maestri: partiamo da un breve brano di al-‘Ansàrì tratto da le Tappe degli itineranti verso Dio: «Il primo stadio, è il mettersi in cammino di colui che ha formulato il proponimento (di avanzare). Il secondo stadio è il suo giungere all’espatrio. Il terzo è il suo arrivo alla contemplazione, la quale attira verso l’essenza stessa dell’unificazione sulla via dell’annientamento. 
Hadìth (detto del Profeta) concernente il senso del primo stadio: “L’Inviato di Allàh (Grazia e Pace su di lui!) ha detto: Camminate! Gli isolati arriveranno per primi! – Gli domandarono: O Inviato di Allàh! Chi sono gli isolati? Rispose: Sono i frementi, coloro che fremono al pensiero di Dio; il pensiero di Dio leverà loro i fardelli, cosicché arriveranno leggeri al Giorno della Resurrezione”.
Hadìth concernente il senso dell’espatrio: “La ricerca di Dio è un espatrio”.
Hadìth concernente il senso dell’arrivo alla contemplazione: “Nella tradizione che riporta la domanda posta da Gabriele all’Inviato di Allàh (su di lui la Grazia e la Pace!): Che cos’è il bene agire? Egli rispose: È che tu renda il tuo culto a Dio come se tu Lo vedessi; e se tu non Lo vedi, Lui almeno ti vede” .»

Sanà’ì
fonte: Wikimedia Commons

Una poesia di Sanà’ì  da il Giardino cintato della Verità:

Non vedi come fa la balia col bambino al tempo della primissima infanzia?
Alle volte lo confina nella culla; altra volta lo tiene lungamente in grembo;
un po’ lo batte duramente e un po’ lo carezza; un po’ lo allontana e respinge;
altra volta lo bacia affettuosamente sulle guance e lo vezzeggia e si sobbarca al suo peso.
Un estraneo, osservandola, si sdegna e si accora.
Non è amorevole – egli dice – quella balia. Essa tiene in poco conto il bambino.
Ma tu che ne sai? La balia ne sa di più, e agisce secondo le esigenze del suo compito.
Anche il Creatore si comporta con il suo servo secondo le esigenze; in ogni circostanza egli si regola sulle esigenze.
Gli dà in retaggio quel che gli conviene: ora la privazione e ora la prosperità.
Talvolta gli pone sul capo una corona ingemmata; talaltra lo riduce ad aver bisogno di una monetina.
Tu sottomettiti di buon animo al volere di Dio; se no, va pure dal giudice a protestare
affinché ti liberi del Suo decreto. Stolto chi pensa così.
Tutto ciò che esiste, calamità o salute, è bene puro, e il male è un traslato.
Colui che crea l’universo con un fiat come potrebbe, come, far male alle creature del mondo?
Il bene e il male non esistono nel mondo della parola; i nomi “bene” e “male” appartengono a me e a te.
Allorché Iddio creò gli orizzonti, nulla egli creò che fosse assolutamente un male.
La morte è a uno rovina e a un altro guadagno; il veleno è ad uno medicina e a un altro morte.

Jalàl ad-Dìn Rùmì
fonte: Wikimedia Commons

Rùmì:

«Esistono molte vie di ricerca, ma la ricerca è sempre la stessa. Forse non vedi che le strade che conducono alla Mecca sono diverse, l’una proveniente da Bisanzio, l’altra dalla Siria, e altre ancora che passano per la terra o per il mare? Di conseguenza, la distanza da percorrere è ogni volta diversa; ma, quando arrivano alla fine, le controversie, le discussioni e le divergenze di vedute scompaiono, perché i cuori si uniscono… Questo slancio del cuore non è né la fede né la miscredenza, ma l’amore. »

Una sua poesia tratta dalle Odi mistiche

Una luna apparve in cielo, la mattina:
dal cielo discese, e gettò su di me uno sguardo;
come un falcone che ghermisca un uccello nella caccia,
quella luna mi rapì e mi trasportò nell’alto dei cieli.
Quando guardai me stesso, non mi vidi più,
poiché in quella luna il mio corpo, per grazia, all’anima s’era fatto uguale.
Quando viaggiai nella mia anima, nient’altro vidi che la luna,
sinché intero fu rivelato il segreto dell’eterna teofania.
Le nove sfere del cielo erano tutte immerse in quella luna,
e in quel mare era nascosta la navicella del mio essere.
Il mare si ruppe in onde, e di nuovo l’intelligenza apparve;
essa lanciò un appello. Così accadde.
Il mare divenne schiuma, e a ciascuna delle sue falde
qualcosa prendeva forma, qualcosa si incarnava.
Ogni falda di schiuma corporale, che ricevette un segno da quel mare,
subito si fuse, e spirito si fece in quell’Oceano .   

Sempre dalle Odi mistiche un’altra poesia:

Alla preghiera della sera, quando il sole si corica, la via dei sensi viene sbarrata, e si socchiude la via dell’invisibile.
L’angelo del sonno conduce le anime fino alla soglia,
come un pastore che vegli sul suo gregge.
Nell’al di là dello spazio, nella prateria dello spirito,
quali strane città, quali giardini strani, fa loro vedere;
l’anima contempla mille forme, e meravigliosi visi,
quando il sonno cancella in lei l’impronta di questo mondo.
Si direbbe che l’anima abbia sempre abitato quei paesi,
essa non si ricorda di quaggiù, e non prova tristezza.
Da tutte le cose materiali per le quali trepidava
si è distaccata, in modo che nessun pensiero più la stringe . 
 
 La ricchezza e la profondità di questi maestri spirituali meritano di essere ricordate.

 

 

Area: 
Asia meridionale
.
Data pubblicazione: 
27/08/2021