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articolo e foto di Mila Bertinetti Montevecchi
La cura del corpo e la cura dello spirito
11 aprile - 21 giugno 2026
A Venezia non perdetevi la mostra “Tesori e Magie di un’altra India – La cura del Corpo, la cura dello Spirito”, dove la collezione personale di oggetti indiani tribali di Roberta Ceolin è esposta nella Sala Capitolare, per la Fondazione Museo della Scuola Grande di San Marco e della Sanità in Campo San Giovanni e Paolo.
Iniziata l’11 aprile 2026, è possibile visitarla solo fino al 21 giugno: in loco si può anche acquistare il catalogo pubblicato da Franco Angeli: “Tesori e Magie di un’altra India – La cura del Corpo, la cura dello Spirito” a cura di Roberta Ceolin e Cristina Del Mare. Nel libro, ad arricchire le immagini degli splendidi oggetti in mostra, vengono presentate fotografie dei manufatti indossati dalle popolazioni tribali indiane, visitate in loco da Roberta Ceolin nel corso dei più di 60 viaggi in India affrontati per la sua ricerca e lo studio degli usi e costumi delle minoranze etniche.
Il Comitato scientifico che ha reso possibile la mostra vanta, tra gli altri, nomi di professori di eccellenza: Giuliano Boccali, Maria Angelillo, Stefano Beggiora, Cinzia Pieruccini e Antonio Rigopulos.
La sala Capitolare che ospita la mostra è una cornice sontuosa per la ricchezza architettonica e decorativa: una parte degli oggetti normalmente esposti è contemporaneamente visionabile nella parte settentrionale degli ambienti che sono coronati da un soffitto intagliato e dorato di particolare bellezza. La collezione Ceolin è esposta all’interno delle bacheche originali della Sala Capitolare, ben illuminate: solo alcuni oggetti molto voluminosi sono esposti in modo autonomo fuori dalle vetrine, come ad esempio un meraviglioso vaso per acqua in bronzo con maniglie e coperchio.
Nelle vetrine sono distribuiti i monili e gli oggetti di abbigliamento e culto degli adivasi, le “popolazioni originarie”, nome con il quale si identificano oggi numerose delle minoranze etniche presenti in India. Molte di queste comunità hanno mantenuto a lungo una certa autonomia culturale, concentrandosi nelle regioni forestali e collinari dell’India centrale, sviluppando un rapporto profondo con la natura e una conoscenza raffinata delle piante, utilizzate non solo per l’alimentazione ma anche per la cura del corpo e per i rituali dello spirito. Si stima che al momento rappresentino circa l’8-9% della popolazione indiana.
Quando si parla di arte in India si pensa spesso alle forme classiche più note: sculture, miniature, palazzi e templi. Accanto a questa tradizione più nota esistono però le arti popolari e delle comunità adivasi, forme artistiche altrettanto straordinarie anche se meno valorizzate. La mostra propone un viaggio nell’universo culturale di queste comunità, raccontato attraverso ornamenti, tessuti, oggetti rituali e simbolici che rivelano la profonda connessione tra queste comunità, la natura, il sacro.
Una vetrina è dedicata a Ornamenti sciamanici e al Corpo Cosmologico: artigli, denti, corna e resti animali evocano spiriti alleati e forze cosmiche, mentre materiali naturali e pietre, come turchesi, corniole, coralli, agate e calcedoni, sono depositari di energia e impiegati quali amuleti protettivi. L’ornamento diventa parte dell’azione sciamanica. Interessante la cintura beyop indossata dalle donne dell’etnia Adi, composta da dischi di bronzo, simbolo di eredità e protezione, ma anche metafora di fertilità.
Retaggio della caccia alle teste praticata dalle etnie Naga, ornamenti con teste stilizzate in metallo o parti di animali feroci, che simboleggiano forza, prestigio e protezione, sono tuttora indossati dagli uomini che hanno dimostrato valore e coraggio nella caccia. Tutti gli ornamenti dei Naga sono simboli di identità guerriera: copricapi con piume, peli e zanne, ma anche pettorali, orecchini, perizomi sono simboli talismanici.
A rappresentare le comunità del Nord Est, tra le regioni montane himalayane di Nagaland e Arunachal Pradesh, sono esposti gioielli che non sono solo ornamenti ma veri e propri oggetti simbolici di identità, ruolo sociale, prestigio. Collane, bracciali e copricapi sono realizzati con grande varietà di materiali: perle di vetro, conchiglie, metalli, fibre vegetali di orchidea, avorio.
Bellissimi anche i pesanti bracciali in avorio dell’etnia Rabari el Gujarat, chiamati baloyun. Un tempo parte della dote, venivano indossati al momento del matrimonio e venivano tolti solo dopo la morte.
Un altro oggetto straordinariamente simbolico è il ludi, il velo nero del lutto, indossato dalle donne Rabari e legato a una leggenda. Si narra di un sovrano musulmano di Delhi, innamorato perdutamente di una ragazza Rabari: la comunità oppose un ostinato rifiuto a questa unione e il sovrano ne ordinò lo sterminio.
Tutti i motivi ricamati su scialli e tuniche raccontano miti e aspetti di vita quotidiana, fungendo da trasmissione culturale e memoria collettiva.
Un’altra vetrina è dedicata agli ornamenti delle comunità adivasi del Chhattisgarh, nell’India centro-occidentale. Cavigliere, bracciali e collane sono segni visibili di appartenenza, status e riti di passaggio. Realizzati con materiali locali, semi, fibre vegetai e metalli non preziosi, sono dotati di valore apotropaico ed esprimono una dimensione estetica, sociale e spirituale.
Molto interessanti e rappresentati con pezzi di gran raffinatezza, una vetrina ci mostra i toran e i choli del Gujarat, tessili che rappresentano “trame di identità”. Il toran è un drappo decorativo che viene appeso sopra porte e ingressi, realizzato con ricami floreali e geometrici con inserimento di specchietti e patchwork. È spesso associato a matrimoni e festività. Ogni comunità ha i propri motivi e colori vivaci che identificano la provenienza, come quelli del Kutch e del Saurastra.
Il choli è una corta blusa e aderente che viene indossata con gonna o sari. Nella zona del Kutch è riccamente decorato con i tipici ricami della regione e riflette lo status sociale, l’appartenenza comunitaria.
In mostra troviamo anche un esempio tessile realizzato nel Kutch, con tecnica mashru. È questo un tessuto lucido, con seta sul lato esterno e cotone all’interno, probabilmente originario proprio delle regioni di Kutch e Patan, nell’attuale Gujarat. Il suo nome deriva dalla parola araba che significa "permesso" o "lecito". Risalente almeno al XVI secolo, questo tessuto veniva originariamente prodotto per permettere agli uomini musulmani di aggirare il divieto, sancito dagli Hadith della legge islamica, di indossare materiali di origine animale, come la seta, a contatto con la pelle. Il mashru si distingue per la sua tessitura a raso con ordito flottante, in cui ogni filo di seta dell’ordito passa sopra sei fili di trama di cotone, mantenendo così la seta lontana dalla pelle quando lo si indossa. Dopo la tessitura, il tessuto viene immerso in acqua pulita e battuto con strumenti di legno per conferirgli la sua caratteristica lucentezza. Secondo la consuetudine, il tessuto viene decorato con strisce o motivi utilizzando le tecniche bandhani e ikat con tinture naturali, con una predilezione storica nel Gujarat per un motivo rosso, giallo e nero. Tradizionalmente utilizzato per confezionare abiti da dote e da matrimonio nelle comunità Kutchi, in questo caso con semplice disegno a strisce, il mashru viene anche impiegato come tessuto di base per le applicazioni e i ricami Rabari.
Un’altra vetrina espone piccoli capolavori in bronzo, realizzati con fusione a cera persa dalla casta di scultori-artigiani Ghadwa per conto dei Kond, una popolazione tribale che viveva nelle zone più remote del Chhattisgarh. Sono piccole figurine, scoperte dagli inglesi verso la metà dell’Ottocento, raffiguranti principalmente persone, animali e uccelli e si possono raggruppare in quattro categorie: simboli dei clan, regali di nozze, oggetti rituali legati ai sacrifici umani, manufatti destinati a usi quotidiani o cerimoniali.
Di notevole valore è anche la collezione di betel-cutter, che in realtà, a dispetto del nome, servono a tagliare la noce di areca nella preparazione tradizionale del pan, un composto dalle proprietà leggermente psicoattive. Rappresentavano veri e propri oggetti di prestigio sociale, riflettendo la ricchezza, il gusto e lo status del proprietario. In ferro, ottone e ghisa, venivano lavorati con la stessa cura riservata alle armi e ai gioielli. Nel sud e nel centro India la forma è spesso figurativa: coppie di animali, come pavoni o pappagalli, coppie di amanti, madri con bambini.
L’esposizione della collezione Ceolin è insomma un viaggio affascinante nell’India tribale, raccontato attraverso ornamenti, tessuti, oggetti rituali e simbolici che custodiscono storie di guarigione, spiritualità e antichi saperi. Un universo in cui arte, medicina e magia si intrecciano, rivelando la profonda connessione delle comunità aborigene indiane con la natura e il sacro. Un’occasione rara da non perdere.