Sulle orme degli italiani in Cina. Tianjin ieri.

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Tianjin, Cina 1984
foto dell'autore

Quello della legazione italiana di Tianjin resta uno degli episodi più curiosi e meno noti dei rapporti fra Europa e Cina. Ma essa è solo l'ultima di una lunga serie di presenze italiane nel Paese di Mezzo.

Pubblichiamo un articolo, apparso sul n.27 - novembre 1992 della nostra rivista Quaderni Asiatici.
Ricordiamo che la rivista trimestrale viene spedita a chi si associa al Centro di Cultura Italia-Asia.

In un altro articolo abbiamo pubblicato come Tianjin nel 2026 conserva il ricordo della presenza italiana.

TIANJIN - ITALIA: SULLE ORME DEGLI ITALIANI IN CINA
di Sergio Cardarelli

Passeggiando per le strade del quartiere italiano di Tianjin [1984 NdR], o Tian Tsin come era chiamata dagli europei all'inizio del secolo, si cade facilmente nella nostalgia della Belle Epoque: eleganti palazzine bianche a due piani, con colonnati dorici e grandi terrazze si affacciano su Piazza Regina Elena (oggi Via Ming Zu Lu, che significa Strada delle minoranze nazionali) e nei loro giardini la vegetazione ricca, seppure incolta, non riesce a nascondere fontane e statue di marmo. Nulla sembrerebbe più lontano dalla polverosa Cina, finché entriamo in un cortile. All'interno vivono un numero incredibile di famiglie cinesi, stipate in quelle case dopo l'esproprio dei loro proprietari cinesi avvenuto durante la rivoluzione culturale (gli italiani erano stati cacciati con l'avvento del comunismo). Molti balconi sono stati chiusi per ricavarne appartamenti e lo stesso è avvenuto dei locali adibiti a servizi.

Tianjin mappa della legazione italiana
mappa della legazione italiana a Tianjin 
(fonte Wikimedia Commons)

Imboccando Corso Vittorio Emanuele (oggi Via Jia Guo Dai, che significa Strada della liberazione nazionale) troviamo un teatro che non avrebbe nulla da invidiare a quelli delle nostre città, se non fosse diventato una Casa del Popolo. Poco oltre c'è il Club nel cui giardino vi è un mercatino libero, dove i cinesi più intraprendenti si arricchiscono vendendo francobolli da collezione, passione molto in voga nella Cina d'oggi. Percorrendo Via Firenze (oggi Via Ming Sheng Dai che significa Strada del popolo vivo) incontriamo uno dei due ospedali costruiti dagli italiani. Lo stile è quello poderoso dell'epoca imperiale, quella italiana ovviamente, perché nella Cina imperiale i servizi sociali, dalle scuole agli ospedali, non esistevano. Non si può non provare un po' d'orgoglio vedendo l'ospedale ancora perfettamente in funzione dopo quasi un secolo, specie se si sono viste le analoghe opere costruite dai cinesi una decina d'anni fa. La legazione italiana era veramente grande: abbiamo girato parecchie ore, a volte spostandoci in filobus da una zona all'altra. Abbiamo cercato un bel palazzo sullo stile di Palazzo Vecchio di Firenze, che avevamo visto in una vecchia foto, ma abbiamo scoperto che era stato demolito dopo le lesioni del terremoto dell'82 e al suo posto era stato costruito un edificio in stile sovietico, forse una fabbrica. Poco più in là una chiesa aveva fatto una fine altrettanto poco dignitosa: convertita in officina, dietro le sovrastrutture e le ciminiere era difficile riconoscere la costruzione originale.

Piazza Regina Elena - cartolina del 1935
Piazza Regina Elena - cartolina del 1935
(fonte Wikimedia Commons)

Consiglio comunale della concessione italiana a Tianjin
Consiglio comunale della concessione italiana a Tianjin
(fonte Wikimedia Commons)

La storia della Cina attraverso i film
Le "legazioni straniere" erano i quartieri dove vivevano le leggi del paese che aveva avuto dal governo cinese la concessione.
Come nacque la legazione italiana di Tianjin? Già nel secolo scorso era stata aperta una ambasciata italiana a Pechino. In quel periodo, come abbiamo visto all'inizio del film di Bertolucci L'ultimo imperatore, era reggente l'imperatrice vedova Tzu Hsi (oggi si scrive Cixi) della dinastia mancese Qing.

Il potere di inglesi, francesi e russi in Cina era grande perché gli europei, da oltre un secolo, sfruttando la diffidenza dei dominatori mancesi verso i cinesi, avevano via via acquistato tutti i posti di potere economico, incluso il ministero delle Dogane, principale fonte di entrate per la Cina. Cinesi e mancesi erano molto diversi nei costumi. Chi ha visto il film La locanda della sesta felicità ricorderà, ad esempio, l'uso delle donne cinesi di fasciarsi i piedi per mantenerli lunghi quattro o cinque centimetri. I mancesi disprezzavano questi usi cinesi, specie perché le loro donne amavano praticare sport equestri: proprio da questi sport nasce l'uso di gonne con un lunghissimo spacco laterale. La diffidenza della classe dominante verso i cinesi era la stessa che alcuni secoli prima aveva permesso il successo del viaggio di Marco Polo: l'omonimo film televisivo ha evidenziato come durante la dominazione dei mongoli di Kublai Khan, egli aveva ricevuto cariche importanti perché i mongoli non si fidavano di affidarle ai cinesi. Il Milione non ci dà una immagine dei cinesi, ma quella dei loro dominatori mongoli. Comunque, da altre fonti del tempo, possiamo intuire che la mentalità del novanta per cento dei cinesi, i contadini, non era molto cambiata nei secoli. I film Sorgo rosso e La buona terra sono un'ottima presentazione dell'immutabile vita cinese.

Nel 1900 l'imperatrice Tzu Hsi, pensando di cavalcare il malcontento dei cinesi, specie gli xenofobi che si erano associati in società segrete come i Boxer, li scatenò contro gli stranieri accusati fra l'altro di causare siccità, alluvioni, e di girare la notte per rapire e divorare i bambini cinesi. Il risultato fu quello sperato dagli stranieri, perché i giochi politici di corte portavano l'esercito regolare un giorno a fiancheggiare gli insorti, il giorno dopo a fermarli e portare omaggi di cibo e acqua agli assediati, e un altro giorno a offrire una tregua e promettere l'impunità a quelli che si sarebbero arresi e fossero usciti senza armi (dopo il massacro dei primi, questa offerta perse il suo fascino). Il film 55 giorni a Pechino ci ha fatto vedere l'epilogo di questo assedio, quando le truppe occidentali, fra cui i bersaglieri, liberarono le legazioni. In realtà la colonna italiana, bloccata dal fango, era ripiegata su Tianjin, e solo giapponesi, inglesi ed americani salvarono i nostri eroi. Gli aiuti italiani arrivarono quaranta giorni dopo, con la ferrovia nel frattempo riattivata.

Come garanzia contro future aggressioni, anche l'Italia impose alla Cina una legazione a Tianjin, 150 chilometri da Pechino, vicino al mare. Questo ed altro è riportato nel libro La spedizione italiana in Cina del 1900, scritto dal capitano d'artiglieria Amedeo Tosti, uno dei testimoni degli eventi. Questo libro è stato l'ispiratore di questo articolo e del viaggio che abbiamo compiuto per documentarlo.

Cina italiana
Nel 1901 anche Pechino ebbe una legazione italiana: la storia dice che, dopo la fine dell'assedio, gli ambasciatori occidentali si riunirono e decisero di costruire nuove legazioni più grandi delle precedenti. La riunione finì all'ora di pranzo e alle 15, quando i rappresentanti di otto nazioni (escluso ovviamente inglesi, americani e giapponesi) andarono ad acquistare i terreni nella zona concordata scoprirono che il loro collega, il marchese Salvago Raggi, genovese, li aveva preceduti (nonostante le proteste, dovettero riacquistare da lui i terreni e la legazione italiana risultò alla fine la più grande anche negli edifici, costruiti senza risparmio con i soldi del governo cinese).

Abbiamo cercato i resti di questa legazione, ma non ne è rimasta traccia. Pechino sta cambiando rapidamente e la Cina, che ci aveva affascinato fino a pochi anni fa, sta rapidamente lasciando il passo ai grattacieli di cristallo, alle ciminiere, al traffico e allo smog. Questa volta però siamo stati fortunati con il Palazzo d'Estate, non quello che viene oggi mostrato ai turisti, ma quello precedente, ben più sfarzoso e costruito in marmo da un architetto italiano nel 1700.

Il nome cinese di questo complesso è Yuan Ming Yuan e significa Giardino della Visione perfetta. Costruito in stile italo-gotico-cinese, con le sue fontane, giardini e oltre 200 edifici rivaleggiava con il palazzo di Luigi XIV a Versailles. Alcuni imperatori lo preferirono come residenza alla stessa Città Proibita.
Fu teatro nel 1860 della più dura battaglia della guerra che Francia e Inghilterra dovettero combattere contro la dinastia per essere ammessi al cospetto dell'imperatore e discutere delle concessioni promesse dieci anni prima, quando le stesse armi straniere avevano aiutato la corte mancese a sedare la rivolta nazionalistica dei Tai Ping scoppiata nel sud del paese.

Dopo il saccheggio e l'incendio il palazzo non venne ricostruito sia per mancanza di fondi, sia perché il materiale da costruzione venne recuperato dai cinesi, che abitavano vicino, per costruire le loro case. Inoltre i rapporti con l'Europa erano diventati tesi, e un architetto europeo non sarebbe più stato ben accetto a corte. Alla fine del secolo un solerte ministro si guadagnò le grazie dell'imperatrice Tzu Hsi, costruendo un nuovo Palazzo d'Estate con i soldi destinati alla flotta militare: si tratta di una serie di padiglioni intorno a un lago artificiale alla periferia nord-ovest di Pechino, che viene fatto visitare a tutti i turisti. Le rovine dell'antico palazzo sono ancora visibili, ma i cinesi non amano portare lì gli stranieri: il posto è riservato ai cinesi, a cui le guide spiegano di quale scempio siano stati capaci i "diavoli stranieri". Negli ultimi anni è iniziato un lento restauro di questo complesso, come di molti altri distrutti dalla Rivoluzione culturale degli anni '60.

Rovine legazioni straniere a Tianjin
Rovine legazioni straniere a Tianjin 
(foto dell'autore)

Italiani in Cina
Nella storia della Cina, solo un europeo ha l'onore della biografia negli annali imperiali. Il suo valore è riconosciuto e studiato ancora oggi. E' italiano.

"Marco Polo!", direte voi. Sbagliato. I cinesi hanno saputo di Marco Polo solo al tempo delle legazioni, cioè alla fine dell'800. Si tratta invece del gesuita Matteo Ricci, che intorno al 1600 riuscì perfino a farsi ammettere a corte come Maestro delle scienze, per merito delle sue superiori conoscenze in matematica, astronomia, ma specialmente in astrologia. Perché, fra tanti missionari e commercianti europei, solo Matteo Ricci ha avuto questo successo? Forse perché lo spirito italiano è più flessibile e pronto ad accettare una mentalità diversa, piuttosto che cercare di imporre la propria. Per esempio, mentre gli altri missionari vestivano il saio e cercavano inutilmente di insegnare ai cinesi i valori della povertà e dell'amore verso il prossimo, guadagnandosi disprezzo e rancore (per i cinesi la povertà non è una virtù, ma la dimostrazione della punizione mandata dal cielo), Matteo Ricci, col nome cinese di Li Ma Tu, indossate le vesti del mandarino, cioè del colto e rispettato funzionario, si guadagnò stima e considerazione da tutti i ceti, inclusi i più umili, e con l'aiuto del primo ministro Xu Guan Shi, da lui convertito al cattolicesimo, poté perfino aprire delle missioni e, a Shanghai, la prima università cinese. Sulla base dei resoconti di Matteo Ricci sul sistema di governo cinese, fu coniato secoli fa il sistema di ammissione alle cariche pubbliche tramite esami di stato ancora oggi in vigore in Italia. Non fu comunque mai ricevuto dall'imperatore, onore che toccherà un secolo dopo a un altro missionario, Giuseppe Castiglione, nato a Milano nel 1688. Fu pittore di corte di tre imperatori cinesi della dinastia Qing e introdusse nella pittura cinese, l'arte per eccellenza di questo popolo, la tecnica della prospettiva. Lang Shih-ning, nome cinese adottato da Castiglione, divenne ritrattista di corte dell'imperatore Qianlong che gli affidò fra l'altro, la costruzione dello Yuan Ming Yuan di cui, come abbiamo detto, rimangono solo le rovine. Castiglione era gesuita. Per lui, passare dalle rigide e formali regole del suo ordine alla colorata realtà cinese del XVIII secolo non deve essere stato facile.

L'Autore
Sergio Cardarelli, appassionato ed esperto fotografo, ha compiuto numerosi viaggi di lavoro e studio in Cina. Svolge un'intensa attività di collaborazione con agenzie e riviste specializzate.

 

Visita alla città di Tien-Tsin.

 

Tianjin - La storia della concessione italiana

 

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Cina
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