Addio a Sante Spadavecchia
Emanuele Giordana ha pubblicato su Lettera22 questo ricordo dedicato al nostro Presidente Sante Spadavecchia.
“In questi tempi in cui i generali sono sulla bocca di tutti – da quelli che non si vorrebbero togliere la divisa come in Pakistan, che vorrebbero imporre a tutti i costi il proprio pensiero come in Turchia o che dovranno spiegarci come si vince la guerra d’Iraq – un uomo che la divisa aveva messo in naftalina da un pezzo se n’è andato, com’era nel suo stile, senza far rumore. Sante Spadavecchia, generale in pensione, del militare aveva conservato il piglio un po’ marziale, l’uso inveterato del “lei” anche con gli amici più cari e soprattutto quel rigore che, quando non è becero autoritarismo, è il tratto migliore di un buon soldato. Sante era stato un buon soldato anche fuori dalla caserma che, da militare di carriera, era diventata a lungo il suo ufficio. Ma avendo sposato la figlia di Guglielmo Scalise, un militare come lui e – come lui – con la passione dell’Asia, aveva cominciato a navigare a passi spediti nel mondo della cultura giapponese e, in senso più lato, della civiltà asiatica. Animato da una grande passione, in gran parte comunicata ai figli (a Nicoletta in particolare), Sante aveva pensato che la nostra provinciale Italietta del dopoguerra avrebbe dovuto guardare un po’ oltre gli orizzonti. E poiché aveva per Scalise una smisurata ammirazione, pensò di conciliare le due cose fondando il Centro di cultura Italia Asia intitolato per appunto al vecchio orientalista (così si diceva un tempo) ormai scomparso.
Corrono gli anni Settanta quando Spadavechia fonda il centro. Vi aderiscono in tanti. Molti sono accademici, altri sono orientalisti (oggi si dice asiatisti) per passione. La scommessa riesce ma Sante non è contento. Gli pare, al generale cui non manca una visione strategica, che ci voglia linfa fresca. Che ci vogliano insomma dei giovinotti che, mi si perdoni l’ingrato paragone, prendano la ramazza e diano una mano a spazzare. Ma non c’è aria di caserma tra le mura delle diverse sedi che Sante riesce a procurarsi a Milano. Non che giovani non ce ne fossero (penso tra gli altri a Marilia Albenese) ma, per Sante, non abbastanza. Nei primi anni Ottanta tira dentro anche me e Guido Corradi, da poco tornati con una ricerca dall’Indonesia per la tesi di laurea. Poi ci sono Gigliola Foschi e Mauro Baffico (fotografa l’una, editore – adesso – l’altro) e via così, un giovinastro dopo l’altro, avendo cura di innaffiare con un po’ di sapienza quella passione ancora implume per l’Asia che ci scorreva nelle vene.
Per me fu una grande scuola anche perché Sante mi diede l’occasione di essere tra i fondatori – e il primo direttore – di “Quaderni asiatici”, una piccola rivista che, grazie soprattutto all’energia delle sorelle Malpezzi, ancora esiste e produce. Così come il centro ancora esiste e produce: seminari, incontri, informazione sull’Asia.
Sante dunque coltivò e incoraggiò la mia passione per l’Asia e fece maturare in me anche quella del giornalista, affidandomi la direzione della sua giovane creatura che, agli albori, era l’evoluzione tipografica di una stagione di ciclostilati prodotti da una macchina di fortuna che aveva sempre qualche guasto ma che Sante manuteneva con grande attenzione.
Credo così di dovere molto a quest’uomo che, già avanti con l’età, è sempre venuto ai miei incontri milanesi quando l’occasione di un libro o di una conferenza mi riporta nella mia città natale, Milano. Sante invece passava lunghi periodi a Trani durante l’estate, una delle città più belle di un Sud molto amato dal generale che veniva dal meridione d’Italia e che viveva ormai nella “capitale morale”. Lì, nella grande baraonda degli anni Settanta-Ottanta, sfrucugliando nel mezzo di una generazione un po’ allo sbando, Sante gettò i suoi semi e i suoi ami. Anche a noi, che amavamo (e ancora amiamo) l’Asia più da viaggiatori che da studiosi e che accompagnavamo le buone letture a lunghe peregrinazioni tra Kabul e Benares. Ma dal vecchio generale mai arrivò un rimprovero, un moralistico accenno di dissenso, un’antipatica intromissione nella nostra vita privata. Era di quelli, credo, che pensano che l’esempio sia il viatico migliore per dire la nostra.
Senza troppe chiacchiere, senza troppe ramanzine.
Non sono mai riuscito a ottenere di passare dal “lei” al “tu”: “Vede Giordana – mi disse alla mia formale richiesta in uno di quei lunghi pomeriggi che passavamo assieme tra ciclostili e sogni orientali – è bene che il nostro rapporto rimanga così”. Non c’era superbia, gerarchia o desiderio di distanza in quelle parole. Ma l’affermazione di un rispetto reciproco che passava, oltre che attraverso un affetto raramente comunicato ma presente, da un rapporto professionale. Mi piace ricordarlo così. L’unica intimità era chiamarsi per nome (e guai a chiamarlo generale). Emanuele Sante.
Addio Sante. Ci mancherai.”
Emanuele Giordana
Se volete aggiungere il vostro ricordo di Sante mandate un e-mail a: lettera22@yahoo.it scrivendo nell’oggetto del messaggio: “Sante”